Panem et circenses: Basilicata ad un passo dal baratro

Panem et circenses: Basilicata ad un passo dal baratro

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Panem et circenses, la locuzione latina attribuita  al poeta Giovenale, tradotta in italiano letteralmente diventa “del cibo e degli spettacoli”  si utilizza molto spesso per indicare una particolare condizione in cui il popolo viene tenuto buono in varie maniere in modo da non farlo pensare alle condizioni di vita disagiata.

Pensando a questa estate lucana la locuzione “panem et circenses” è azzeccatissima. Soprattutto il mese d’agosto è stato un tripudio di feste popolari, sagre d’ogni genere, festival d’ogni specie, concerti di musica di tutti i tipi, rappresentazioni teatrali, rassegne cinematografiche, premi letterari  che hanno riempito piazze e borghi in tutta la regione.

Poi verrà settembre e si dovranno fare i conti con l’amarissima realtà di una regione che ha imboccato la strada della estinzione.

Una regione che esprime numeri insignificanti in termini di abitanti, l’Istat certifica  che i residenti lucani sono scesi, il dato è riferito a fine 2013,  a circa 570.000 ma é un numero bugiardo perché tantissimi lucani che già lavorano fuori regione conservano la residenza anagrafica in Basilicata, la tendenza é tragicamente sfavorevole perché i lucani hanno un tasso di natalità fra i più bassi d’Europa. Si formano sempre meno nuclei famigliari  in quanto la mancanza di lavoro spinge i lucani a farsi la famiglia laddove lavorano, si sta sviluppando un altro fenomeno, l’emigrazione dei nuovi pensionati, che spesso vanno a vivere dove sono emigrati i loro figli; l’età media dei lucani s’è innalzata di oltre 2 anni nell’ultimo decennio.

Emigreranno, per il momento per motivi di studio, l’80% dei circa 3.000 neodiplomati lucani che stanno per intraprendere gli studi universitari e che  preferirà gli atenei sparsi per l’Italia, l’altro 20% si iscriverà all’Unibas, per tutti, al termine degli studi, un futuro nebuloso, quasi tutti cercheranno un lavoro al di fuori della Basilicata.

A settembre ci aspetta un autunno molto più caldo di questa estate meteorologicamente incerta, con questa  stramaledetta crisi che sta appezzentendo l’Italia, il Sud in particolare ed la Basilicata in maniera devastante. Da circa 10 anni è cominciato un mesto ma inesorabile declino della nostra regione  che ha incrementato un fenomeno, quello dell’emigrazione, che per la verità non si è mai fermato, ma che sta assumendo proporzioni bibliche, in 10 anni, nonostante l’iscrizione all’anagrafe di migliaia di badanti e stranieri in genere, la popolazione lucana è diminuita di oltre 22.000 unità.

L’economia della regione è in ginocchio, il sistema industriale, fatto salvo una parte del polo che orbita attorno alla SATA, si è quasi del tutto dissolto, le aree gestite dai consorzi ASI  sono un esempio di archeologia industriale, sta peggio il commercio con miglia attività chiuse, al collasso l’agricoltura, quasi estinto il settore del terziario, l’artigianato, un tempo fiore all’occhiello dell’economia locale, annientato da tasse e gabelle, il terziario, anche quello avanzato, che negli anni finali del secolo scorso prosperava, s’è liquefatto.

Il settore delle costruzioni paralizzato da tempo, poche le opere pubbliche da realizzare, praticamente fermo il mercato immobiliare con migliaia di immobili costruiti e non venduti, brutto sintomo per chi sostiene che l’edilizia è la locomotiva del treno chiamato “economia”.

Lo Stato sta delocalizzando nelle regioni limitrofe le sedi periferiche di numerosi Enti, non passa mese che non c’è un allarme, adesso si parla di chiudere, la sede RAI, la direzione penitenziaria, addirittura la Corte d’Appello presso il tribunale di Potenza, pezzo per pezzo demoliranno la rete delle sedi lucane di quei pochi Enti che mantengono ancora un presidio sul nostro territorio. La giustificazione è la spending review, paghiamo lo scotto di essere in pochi su un vasto territorio e “costiamo” un sacco di soldi, giustificheranno lo smembramento della Basilicata con gli alti costi per mantenere in essere tutta una serie di servizi. Ma lo Stato sta tramando contro la Basilicata anche attraverso la modifica del titolo quinto della Costituzione, se passerà anche alla Camera quanto approvato dal Senato, lo Stato centrale “gestirà” a suo piacimento il nostro suolo e le premesse non sono per nulla tranquillizzanti.

Meglio non parlare della situazione infrastrutturale attuale con le poche vie di comunicazione degne di questo nome interessate da lavori di manutenzione che si protrarranno per anni, con il sistema ferroviario inaffidabile e con immensi sprechi per mantenere in vita ciò che rimane della rete ferroviaria delle FAL assolutamente inefficiente.

Anche noi però ci dobbiamo dare una regolata, bisogna che si taglino i rami secchi che producono solo perdite, per esempio i Consorzi per lo Sviluppo(si fa per dire) Industriale o i Consorzi di Bonifica, per non parlare degli Enti sub regionali che altro non sono un parcheggio per amici dei politici o per ex amministratori pubblici a fine carriera.

Anche la Sanità deve razionalizzare le spese, pensare di conservare sul territorio 12 ospedali è da folli, a Napoli, il doppio della popolazione lucana, gli ospedali pubblici sono 11, meglio puntare su poche sedi e migliorare la qualità dei servizi resi alla popolazione e non fare guerre di religione per mantenere un presidio ospedaliero con bacino d’utenza di poche migliaia di utenti.

Anche il mondo dell’istruzione è in profonda crisi, sempre meno alunni e studenti con conseguente tragico ridimensionamento del personale scolastico, l’università di Basilicata, ritenuto ateneo poco “attraente”, è frequentato da chi non può permettersi il mantenimento fuori regione.

Qualche nota positiva dal turismo ma è un settore che garantisce solo redditi stagionali.

Al disastro socio-economico fa da contraltare quello ambientale. la Basilicata è sotto attacco su più fronti, suolo, aria ed acque devono resistere agli attacchi sconsiderati di chi è stato autorizzato a svolgere attività che mettono a repentaglio la salute delle persone e causano danni irreversibili all’ambiente.

Non sono soltanto le perforazioni per estrarre gas e petrolio, autorizzate all’interno di aree protette e troppo vicine ad aree antropizzate e quindi abitate, la Basilicata è terra dove si producono e si “lavorano” rifiuti pericolosi anche provenienti da fuori regione. Stiamo ancora pagando lo scotto per una industrializzazione che ormai è svanita, mi riferisco ai poli chimici della Valbasento e a Tito Scalo dove al posto dell’occupazione ci ritroviamo suoli devastati da prodotti altamente pericolosi che si tarda a bonificare. Da noi sono abituati a venir a prendere ricchi finanziamenti e poi sparire.

Sta di fatto che la Basilicata negli ultimi 15 anni, nonostante un mare di soldi rivenienti dai fondi europei e dalle royalties del petrolio, incredibilmente è precipitata in una specie di buco nero dal quale appare, al momento, difficile uscirne.

Sarà perché almeno ad agosto la gente ha bisogno di dimenticare altrimenti non si giustificano le tante manifestazioni ludiche che si svolgono in ogni angolo della regione, l’estate però  è agli sgoccioli e con l’autunno dovremo fare i conti con problematiche che metteranno a dura prova l’apparato amministrativo regionale poco coeso e che risente della guerriglia sviluppatasi all’interno del partito più rappresentativo della Basilicata.

Migliaia di cassintegrati rischiano di perdere il sussidio, centinaia di mobilitati invece perderanno, oltre al sussidio, la speranza di ritrovare un lavoro. Le migliaia di giovani lucani che ancora non hanno fatto la valigia sperano che qualche spiraglio si apra.

Di sicuro per essere ottimisti bisogna ubriacarsi perché all’orizzonte non si vede nulla di buono.

(Ringrazio l’amico Giulio Laurenzi a cui ho “rubato” la vignetta).

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