La questione ambientale in Basilicata, la posizione del Movimento Azzurro

La questione ambientale in Basilicata, la posizione del Movimento Azzurro

viggiano centro oli

 

 Da qualche tempo è in atto in Basilicata un ampio dibattito sulle vicende petrolifere ed in particolare si discute del decreto “sblocca Italia” e delle ricadute sulla Basilicata se il decreto sarà approvato senza aver modificato in maniera significativamente l’articolo 38.

Riporto qui di seguito una nota estremamente dettagliata sulla questione ambientale nella nostra regione di Rocco Chiriaco Presidente del Movimento Azzurro che personalmente condivido ed apprezzo

L’approvazione del c.d. decreto sblocca Italia, subito denominato anche sblocca trivelle, per le norme contenute che consentono una facilitazione nell’ottenimento delle autorizzazioni per l’esercizio di attività estrattive sul suolo e nelle zone marine del territorio italiano, ha suscitato subito la giusta indignazione delle popolazioni nelle regioni attualmente interessate da attività estrattive di idrocarburi sui loro territori ed in particolare di quelle della Basilicata, le quali temono sia ancorpiù occupato un territorio ormai assediato da molteplici interessi extraregionali e vivono una crisi economica e demografica senza precedenti.

Certo viene spontaneo ad ognuno, in questa regione, dire basta a qualsiasi attività intensiva che non riguarda neanche minimamente gli interessi della propria terra, anzi suscita preoccupazione per le possibili ricadute negative che essa comporterebbe sulla salute di ampi strati della popolazione.

Ma vediamo di analizzare in maniera più compiuta e meno contingente, come si è evoluta la questione ambientale in Basilicata negli ultimi venticinque anni.

Nei primi anni novanta dello scorso secolo, la Regione Basilicata sta per varare il proprio Piano Regionale di Sviluppo, relativo al successivo quinquennio, in un’atmosfera politica che risente di quella presa di coscienza ormai planetaria nei confronti dell’ambiente come risorsa da tutelare e utilizzare per i processi di sviluppo economici di popoli e territorio. Questo clima sfocerà nell’adozione del protocollo di Rio de Janeiro del 1992, segnando l’inizio del nuovo ambientalismo di massa ispirato alla filosofia dello sviluppo sostenibile, cui tutti ormai attingono a piene mani.

Il documento programmatico regionale lucano prevede investimenti e sviluppo per le zone a maggiore vocazione naturalistica, i parchi nazionali e regionali da istituire e ipotesi di valorizzazione per la centrale area del vulture melfese, il suo bacino idrominerario e l’agricoltura di qualità di quello stesso comprensorio.

Il governo regionale conia il motto istituzionale di “Basilicata verde”, suscitando un diverso ottimismo tra le varie sensibilità ambientaliste che già allora animavano un acceso dibattito sulla questione ambientale in regione, coinvolgendo varie componenti della società.

A Piano Regionale di Sviluppo definito, come fulmine a ciel sereno, arriva la notizia che la FIAT  avrebbe avviato a Melfi i lavori per la realizzazione della SATA, uno dei maggiori stabilimenti del colosso industriale italiano. Con esso arriverà il termodistruttore denominato “Fenice” nel quale, alla sola notizia, si inceneriscono anche i programmi di sviluppo sostenibile delineati per il nord Basilicata dal governo regionale, che è costretto a riscrivere il suo p.r.s. e dopo qualche tempo, come vedremo, ad ammainare la bandiera della “Basilicata verde”.

Nel 1996, per un caso fortuito, il governo centrale è costretto ad istituire il Parco nazionale della Val d’Agri – lagonegrese, denominato “dell’Appenino lucano”, in virtù di una previsione eventuale contenuta da un decennio nella legge 394/1986, istitutiva del Ministero dell’Ambiente.

  La politica lucana punta tutto subito sullo sviluppo sostenibile dell’area interna centrale della regione, attraverso quello che viene definito un fantastico “volano di sviluppo” dell’economia e di tutela dei territori interessati, rappresentato dal Parco nazionale istituendo.

Convegni e manifestazioni partono in tal senso, anche per convincere le popolazioni della Val d’Agri, soprattutto, ma anche del lagonegrese che per molti altri versi sembravano poco interessate all’evento, temendo limitazioni ai propri interessi poste dai vincoli di tutela propri di un Parco nazionale.

Ma, anche questa volta, a togliere dall’imbarazzo la classe politica lucana, di ogni livello, interviene una decisione estranea agli interessi regionali, che passa in maniera totalmente indifferente sulla testa di tutti i governi lucani, da quello regionale a quelli municipali. Il governo Dini, decide di quotare la società Eni in Borsa e contestualmente l’Ente idrocarburi intensifica la sua attività di prospezione dei ghiotti giacimenti petroliferi che aveva già mappato, guarda caso in Basilicata, e per lo più nell’area della Val d’Agri interessata all’istituzione del parco nazionale.

Ricordare la lunga vicenda che ha condotto al contestuale approdo delle due iniziative “Parco e Petrolio”, sarebbe troppo lungo e penoso, ma ognuna delle due ha inficiato l’altra, a discapito del Parco nazionale, con la perdita netta di quelle che potevano essere le prospettive di un territorio dell’appennino lucano, unico nel Paese, per i pregi naturalistici, di paesaggio, storia, culture, tradizioni e diversità che lo caratterizzano.

Negli anni successivi, estenuanti dibattiti sulle possibilità per questa regione di puntare ad un deciso progetto di crescita intesa in termini di sviluppo socio-economico, non hanno prodotto alcun frutto, perché anche i più sani progetti si sono infranti nello scontro con la diga politica costruita intorno alle istituzioni ed ai centri decisionali da governatori, amministratori, parlamentari e mestieranti della politica, delle varie formazioni, sempre più numerose, che occupano le istituzioni facendone casa propria.

Oggi, giustamente, le popolazioni lucane che non credono più in nessuna possibilità di realizzare progetti di sviluppo sostenibile legato alla tutela e valorizzazione delle eccellenze lucane, scendono in piazza per rivendicare almeno la tutela della loro salute, il diritto alla vita, in un clima di incertezze che pervade tutte le classi sociali.

In effetti, dall’inizio dell’avventura petrolifera in Basilicata e sino all’attualità non vi sono certezze, ne parole chiare, da chi sarebbe deputato e pagato per dirne, circa l’assenza di pericoli connessi alla gran mole di attività industriali attive in Basilicata, che non riguardano gli interessi di questa regione, ma che si esercitano sulla pelle delle sue popolazioni e della sua Terra.

Monitoraggi e misurazioni degli standard ambientali vengono formalmente effettuati e, i più informati, interessati e capaci di ricavarli dai siti web, entrano in possesso dei risultati. Le Associazioni ambientaliste e quelle dei cittadini le contestano, gli Uffici preposti e le società petrolifere li difendono, la Comunità scientifica è divisa.

 In quest’ultima si ravvisano Professori che sostengono le ragioni e le tesi dell’impegno ambientalista ed altri, altrettanto illustri, che minimizzano e prestano consulenze agli organi istituzionali che dovrebbero diramare notizie certe ed ufficiali sullo stato dell’ambiente.

In questo desolante scenario, la gente lucana insorge sulle dichiarazioni del Premier italiano, un Paese qual è il nostro, in gravi difficoltà finanziaria, attanagliato da una crisi economica durissima e senza precedenti, del cui termine non si ravvisa nessuno spiraglio, il quale candidamente e sinceramente, dichiara che l’Italia ha bisogno del petrolio lucano e siciliano perché la risorsa fossile costituisce un bene nazionale e che si adopererà per eliminare i vincoli burocratici costituiti dai pareri relativi alle concessioni estrattive che le Regioni attualmente hanno in capo alle loro competenze. Il petrolio si prende e basta, perché interessa alla nazione!

Almeno Renzi è stato sincero.. viva dio.. Sino ad ieri, in Basilicata, il petrolio si è preso e basta! Perché interessava…? I pozzi sono stati autorizzati, sono in funzione, l’attività estrattiva è al massimo, non abbiamo certezze di una esatta quantificazione della stessa, i reflui dell’attività estrattiva sono smaltiti tutti in terra lucana e, di più, abbiamo dovuto assistere, in quest’ultimo decennio alla pantomima politica dei rappresentati di governo regionale e dell’opposizione, che al di là di qualche formale dichiarazione sulla questione, appena divergente, ad ogni accordo sottoscritto con le compagnie petrolifere, si sono strette le mani, complici e sorridenti, a beneficio dei loro uffici stampa, televisione di Stato e informazione regionale, perché venisse data la lieta novella del loro impegno al popolo lucano.

Può quest’ultimo nutrire fiducia nelle istituzioni regionali preposte a livello politico e tecnico a tutelarlo, atteso, peraltro, che le stesse sono state nel tempo interessate da numerose inchieste giudiziarie relative all’argomento? Può altresì avere fiducia nel mondo ambientalista d’apparato, all’interno del quale, per fortuna in minima parte, un ambientalismo di professione partecipa indifferentemente ai processi decisionali ed ai momenti di protesta sulla stessa questione?

Le risposte potrebbero arrivare solo da interlocutori diversi da quelli che il popolo lucano, sempre più esiguo, ha avuto sino ad oggi. Basterebbe dire sinceramente che di fronte alle esigenze nazionali non si può cedere sovranità passivamente, o in cambio di chissà quali incoffessabili interessi. Basterebbe chiedere dignità e protagonismo nei processi decisionali che riguardano il nostro ambiente e le nostre risorse, avendo capacità di darne.

Basterebbe chiedere certezza incontrovertibile sui risultati dei monitoraggi ambientali, territoriali, sanitari e garantire screening epidemiologici seri alla popolazione; basterebbe, ancora, chiedere ricadute economiche certe e vantaggi per l’occupazione sicura dei nostri giovani, degli inoccupati e di coloro che il lavoro la hanno perso. Occupazione derivante non solo dai processi produttivi, ma anche da quelli derivanti dalle iniziative connesse tese ad incentivare imprese nei settori punto di forza dell’economia lucana, tra i quali l’ambiente, nel suo insieme, il turismo, il terziario sostenibile, riversando il tutto ai lucani.

Basterebbe, inoltre, chiedere la realizzazione di collegamenti moderni e veloci che consentano a questa regione di uscire dall’isolamento che sempre più avverte negli  ultimi anni, avendo trascurato di almeno manutenere le infrastrutture viarie realizzate sul suo territorio fino agli anni settanta, sostenendo la realizzazione di collegamenti veloci che ci consentano di raggiungere la Campania, attraverso Salerno, da una parte e la Puglia, attraverso Matera, da un’altra, in modo tale da riconnettersi con l’Italia.

Poche cose, altro che improbabili aeroporti per pochissimi utenti, poca cosa per questo popolo e questa terra , da un quarto di secolo ormai martoriati dall’assenza di ogni tutela, dalla latitanza di una squalificata classe politica che, nel frattempo, ha fatto anche disperdere i benefici arrecati alla regione dalle opere infrastrutturali fatte realizzare dai loro predecessori e che avevano consentito alla Basilicata di uscire da un isolamento atavico, nel quale, purtroppo, sta riprecipitando.

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