I sorpassati

I sorpassati

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(foto di Nicola Figliuolo)

Con Dino De Angelis condivido due passioni, quella per il basket e l’amore per la nostra terra. Da qualche tempo entrambi ci siamo allontanati dal parquet, lui ha coltivato la sua passione per la scrittura pubblicando 3 romanzi, di recente ha presentato la sua ultima fatica letteraria, “Con rabbia e con amore” un omaggio alla nostra amata città.

Mi ha particolarmente colpito la sua lucidissima analisi sul fenomeno delle raccomandazioni che qui a Potenza, ed in tutta la Basilicata,  è radicato nella cultura politica, vi invito a leggere questo breve “sfogo” di Dino che illustra in maniera tragicamente realistica un fenomeno che non si riesce a debellare. Consiglio in modo particolare la lettura a tutti i lucani che schifati dalla politica nostrana non intendono andare a votare il prossimo 24 marzo. Ripensateci e non votate i “sorpassatori…”

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I SORPASSATI

Sono anni che ci sorpassate. Decenni persino. Siamo nati prima di voi, cresciuti fuori ma poi tornati qui perché questa terra l’amavamo, così come quest’aria, questa gente.

Illusi.

Alcuni di noi l’hanno persino studiata la “questione Basilicata”, ma quando siamo tornati non abbiamo trovato quello che ci aspettavamo, tranne merdose clientele.

Erano, eravate, dappertutto. Dietro ogni domanda, dietro ogni legittima richiesta di poter mettere a frutto i nostri sacrifici. Non ci avete preso in considerazione nemmeno gratis.

Dovevate mandare avanti i vostri rampolli, brillanti sulla carta e incapaci nella maggior parte delle volte ad affrontare e risolvere qualunque cosa.

Li abbiamo visti superarci in tutto. In ogni aspetto della società, nel lavoro, nelle idee, nell’assegnazione di ruoli che noi avremmo fatto gratis e mille volte meglio.

Progetti consegnati e mai neppure letti, mail piene di speranza trattate come richieste illegittime, derise, vilipese.

«A chi “appartiene” questo? A nessuno? Cestina.»

Avremmo dato tutto per fare qualcosa per questa terra senza chiedere nulla in cambio ma semplicemente non l’avete apprezzato, neppure capito.

Non abbiamo mai voluto appartenere e non apparterremo mai, né ieri nè domani.

Ci avete fatto sorpassare da generazioni di fannulloni incapaci a cui avete assegnato qualunque compito, sempre ad un’unica condizione: che rispondessero a voi.

Con il tempo abbiamo scoperto che tutto quello che queste persone hanno fatto è stato pensare con le vostre teste e agire con le vostre mani.

E intanto hanno fatto un’altra cosa: si sono presi gioco delle nostre idee da ingenui, delle nostre sciocche intenzioni di fare delle cose per il piacere di farle e senza alcun tornaconto, hanno riso beffardi della nostra libertà da due soldi, del nostro ostinato continuare a voler restare “cani sciolti”.

No, nessuna vendetta.

Certi di noi hanno imparato a bagnare il pane indurito e farne friselle, e oggi continueremo a farlo, perché la sobrietà è nel nostro modo di essere e siamo diventati grandi così, e oggi non danzeremo sul cadavere come fanno gli avvoltoi. Quelli che hanno potuto rialzarsi hanno costruito su quelle macerie, sulle risposte mai avute e sulle mille negazioni una personalità più forte e sono andati avanti stringendo i denti.

Altri, molti altri, se ne sono andati.

Hanno costruito fuori da questa terra quello che avrebbero potuto fare qui, e alcuni hanno determinato fortune per altri territori o per altri mondi.

I più deboli della catena, invece, hanno perso la loro partita con sè stessi, con le loro famiglie, con la loro dignità.

Gente che è nata in silenzio e in silenzio se n’è andata, al massimo ogni tanto qualcuno porta un fiore su quel che resta di loro. Sono quelli a cui da stamattina penso più spesso.

Nemmeno loro, ne sono certo, se fossero qui avrebbero bisogno di vendetta, ma anche loro credo che abbiano bisogno di sapere che mai più nessuno, per avere uno spazio, debba presentare il biglietto da visita o la lettera di presentazione scritta da qualcun altro.

I nostri treni ce li avete fatti perdere tutti, ma adesso perlomeno fateli prendere a quelli che ancora oggi hanno delle idee e delle speranze, e sono tanti, e sono qui intorno, cercano uno spazio, e ne hanno tutte la capacità per occuparlo, anche se non “appartengono” a nessuno.

Rispondete alle loro mail e ascoltate i loro progetti se non volete che se ne vadano via, come hanno già fatto tantissimi prima di loro. Sono tutto quello che ci rimane.

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