C’è solo un Capitano: Edmondo Landi n.15

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C ontributo di Nicola Bux

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Lo vidi, la prima volta, scorazzare con gli amici nell’estate del 71 lungo le scale Antonio Di Napoli, fra viale Dante e via Vespucci. Scendeva a cavalcioni lungo le ringhiere della gradinata ed era riconoscibile per la maggiore altezza rispetto agli altri, magro, spalle larghe, capelli leggermente ricci, viso sorridente.

Mi avvicinai per rimproverarlo, ma poi con scherzoso piglio chiesi: “ Ragazzino, quello che fai è pericoloso. Ascoltami! Pratichi qualche sport? Hai sentito parlare di minibasket? Ti piacerebbe provare?”

Stavo di fronte ad Edmondo Landi, e gli indicavo il CONI di Montereale.

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Da quel giorno nella mente del ragazzo entrò la pallacanestro, casualmente, un po’ per curiosità, ma anche per la gioia di accontentare finalmente papà Aristide Landi, mamma Wanda e zio Carmelo Azzarà, pioniere del basket lucano nella vecchia Cestistica Potenza, i quali già da tempo lo invitavano a praticare uno sport adatto al suo fisico e alle tradizioni familiari, anche per sottrarlo ai pericoli della strada.

Da quel giorno, pure in me, all’epoca preso molto dal basket, nacque la speranza di poter allenare e disporre di un giovane dalla evidente prospettiva di una crescita interessante. Infatti, all’epoca, gli allenatori, oltre al normale reclutamento scolastico ed educativo verso lo sport, erano molto attratti dal fattore altezza.

Così, nell’autunno del 72, Edmondo Landi cominciò la sua avventura nel Centro Olimpia della “LIbertas Invicta” di Peppino Sabia, dove centinaia di bimbi  praticavano il  minibasket negli spazi angusti e sottostanti il campo del CONI.

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Il nostro staff ne apprezzò immediatamente le doti naturali, l’armonia dei movimenti, il coordinamento, la forza delle braccia, la volontà di imparare, la grandezza delle mani che gli rendevano facile la presa del pallone, i passaggi, il tiro.

Iniziò, per Landi, la trafila dei campionati e tornei giovanili, ma presto fu chiamato ad allenarsi con la prima squadra per un primo debutto in serie D nel 1976.

Edmondo, eccellente “mascotte” del 62, raggiunse presto i due metri e, con la sua prestanza fisica e con i suoi eleganti fondamentali, portò maggiore qualità nel gioco  della Invicta all’interno di un gruppo di giovani, già maturi agonisticamente, impegnati in tornei importanti, fino alla Poule B del 1980.

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Con gli anni la passione e le doti naturali si fusero mirabilmente. Eccelsero la costante dedizione e la cura dei fondamentali: tutti elementi che lo forgiarono come uomo e gigante sotto i tabelloni. Poi emersero anche la simpatia, la personalità e la professionalità che ne fecero un vero leader.

Per un decennio, furono i colori della “Libertas Invicta Potenza” a trarre beneficio dalle prestazioni del pivot Landi, ma nel 1983 fu necessario arrendersi alle richieste di tante altre squadre, permettendo ad Edmondo di vivere nuove esperienze, altrove, in ambienti cestistici più stimolanti ed organizzati.

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Ovunque, lontano da Potenza, si affermarono ulteriormente le sue doti, crebbero gli appezzamenti e non mancarono riconoscimenti: promozione in Serie B con la Rivestoni Bari e partecipazioni alle Poule B con il Matera ed il Corato.

Per l’ambiente cestistico potentino osservare il grande talento di Landi, fuori dai nostri confini, senza goderne il valore, sembrava la resa, ma nella realtà, questa assenza divenne lo sprone per un ripensamento generale.

Infatti, la “A.S. Potenza 84”, subentrata all’Invicta, non poteva permettersi di lasciare ad altri concorrenti il forte pivot lucano, ancora venticinquenne, e si adoperò molto,  per riportarlo definitivamente a Potenza nell’estate del 1987.

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Così, grazie al contemporaneo passaggio ad un primo livello di professionismo e alla presenza di Edmondo Landi, anche a Potenza si raggiunse uno standard organizzativo in grado di scrivere nuove esaltanti pagine di storia: Potenza ritornò in serie C, nella stessa stagione 87/88, e dopo qualche anno in  Serie B, nel 90/91.

Fino al 1998, Landi rimase per più di dieci anni “uomo chiave” di ogni disegno strategico della nuova Società, conservando immutato il suo impegno, il valore tecnico, l’esigenza di fare del basket di qualità la propria ragione di vita e di lavoro.

Divenne un esempio per tanti che frequentavano le palestre, un simbolo del successo del basket: amato dalle affollate tribune del CONI che lo applaudivano per le vittorie e i play off della “A.S. Potenza 84”; esaltato dalla stampa per i suoi risultati; voluto da tanti allenatori che lo ponevano al centro dei loro giochi.

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Tuttavia, come accade in tutte le buone famiglie, nell’autunno del 1998 qualcosa si incrinò nella organizzazione della Società potentina, e sul pivot cadde il fulmine del mancato rinnovo contrattuale, ma anche l’inizio di un ulteriore più amaro destino.

Alcuni ritennero che fosse possibile un ringiovanimento della squadra senza il trentacinquenne ancora forte Capitano Landi; altri sperarono che fosse facile una svolta puntando su altri “pivot”, capaci di dare un salto verso la Serie A.

Nessuno, però, nella società propose che il suo uomo “chiave”, dopo 25 anni di grande basket, meritasse invece di continuare ed essere, proprio lui, il traghettatore verso altri traguardi, eventualmente con incarichi e impegni diversificati o graduati.

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Invece, la curiosità, l’ambizione e l’ottimismo del gruppo dirigente e tecnico del momento, spinsero verso la decisione di proseguire senza Landi, entrando in una sequenza di risultati alterni, con qualche crisi e qualche sporadico exploit.

Per Edmondo fu una pagina ancora più triste. Fuori dal “roster” della “Potenza 84” nella stagione 98/99, con grinta e personalità, ma anche con metabolizzata silenziosa amarezza, proseguì per altri 5 anni in squadre minori, le quali si esaltarono in una nuova dimensione: Basket Melfi, New Team Potenza, Pallacanestro Senise.

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In tali calorose periferie non venne meno la qualità del gioco di Landi, e non si scomposero i sorrisi e le esaltazioni per i tanti canestri realizzati.

Furono, però, anche le ultime stagioni di Eddy, prima della scomparsa a soli 45 anni.

Era nato il 27 aprile del 1962, ed oggi lo vedremmo sorridere al fianco dei suoi cari. Sarebbe rimasto, certamente, nel firmamento del basket con altri ruoli, dirigente o allenatore, per coltivare la sua passione, seguire la crescita dei suoi figli e le gesta di Aristide, campione nel basket nazionale di altissimo livello.

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Edmò, come io lo chiamavo sul campo, ci ha lasciato tanto: in particolare, il ricordo indimenticabile del sublime gesto tecnico del tiro e il commovente pensiero dei suoi tifosi “ C’è solo un Capitano”, con l’immagine dell’ eterno numero 15 della maglia.

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